Le emozioni sostitutive: quando la rabbia “copre” la tristezza

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Le emozioni sostitutive: quando la rabbia “copre” la tristezza

Cosa sono le emozioni sostitutive? Può un’emozione “sostituirne” un’altra? Anche se può suonare strano, in realtà si tratta di un fenomeno molto più frequente di quanto si creda.

Emozioni sostitutive: una definizione

Tutti noi sperimentiamo emozioni. Alcune sono adattive e appropriate alla situazione. Rappresentano spinte motivazionali per risolvere problemi o soddisfare un bisogno (Woollams e Brown, 1978). Ad esempio, di fronte ad un cane che abbaia e ringhia in modo minaccioso è ragionevole provare paura. A questa emozione, probabilmente, seguirà un comportamento di allontanamento e, successivamente, l’attivazione emotiva scemerà. Chiamiamo queste emozioni primarie (o “autentiche”). Tuttavia, non sempre le cose vanno in questo modo. Avremo, allora, le cosiddette emozioni secondarie. Le emozioni secondarie sono quelle che comportano una risposta secondaria, come dire un’emozione rispetto all’emozione oppure un’emozione sostitutiva (o “parassita”) (Widdowson, 2016). Il primo caso, ad esempio, si ha quando proviamo vergogna per la nostra ansia; il secondo, quando esprimiamo tristezza anziché rabbia nel momento in cui subiamo un’ingiustizia o una violazione dei nostri diritti.

Emozioni sostitutive: caratteristiche

Quali le caratteristiche delle emozioni primarie? Vediamone alcune:

  • appropriate al “qui ed ora”
  • consentono la soddisfazione di un bisogno
  • aiutano a risolvere un problema dando, così, conclusione al sentimento
  • durata e intensità limitata nel tempo

Di contro, quelle delle emozioni sostitutive:

  • non appropriate al “qui ed ora”
  • negano il soddisfacimento di un bisogno
  • non risolvono la situazione
  • eccessive e sproporzionate rispetto all’evento
  • familiari (cioè sperimentate con maggior frequenza)
  • possono essere usate per “manipolare” l’altro (es. piangere per ottenere attenzione anziché chiederla in modo diretto)

Perché sostituiamo un’emozione?

Uno dei fattori è l’apprendimento. Ci sono famiglie che stabiliscono regole contro certe emozioni, mentre ne incoraggiano altre. Ad esempio, la famiglia “Duri e puri” non permette ai suoi membri di esprimere la tristezza, considerata segno di debolezza, mentre non vede nulla di male nel manifestare la rabbia. I bambini di questa famiglia possono imparare a sopprimere la tristezza e coprirla con la collera. L’ apprendimento può avvenire attraverso modellamento (un adulto mostra al bambino come bisogna sentirsi in determinate circostanze), rinforzo o condizionamento (il bambino riceve “premi” quando prova certe emozioni, ad esempio maggiori attenzioni quando è triste), messaggi verbali (un genitore dice al figlio quello che deve sentire: “non sei arrabbiato, sei triste”). Prendono, così, forma delle credenze sulle emozioni (Leahy et al. 2011), o se vogliamo dei veri e propri “miti sulle emozioni”: è sbagliato essere tristi, alcune emozioni sono davvero stupide ecc. (Linehan , 1993).

Emozioni sostitutive: che fare?

Ogni volta che iniziamo a sentire l’”emozione proibita” si attivano dei segnali di allarme precoce (probabilmente attraverso l’attivazione dell’amigdala) che producono una risposta di tipo fobico all’emozione stessa (Widdowson, 2016). Questo ci spinge a tenercene alla larga evitandola o coprendola con un’altra emozione. Il prezzo di tutto questo è la perdita di una parte di noi. Come puzzle a cui mancano pezzi per essere completi. Per essere individui unici e completi è importante dare senso a ciò che “non sentiamo”. Pertanto, sono auspicabili i seguenti passi, non necessariamente nell’ordine proposto:

  1. identificare quali sentimenti ed esperienze crediamo implicitamente essere “proibite”
  2. esporci all’emozione “proibita”
  3. identificare la credenza associata e il bisogno insoddisfatto che veicola
  4. trovare modi nuovi per esprimere il bisogno negato

Conclusioni

A quanto pare, possiamo decidere di “non sentire” una determinata emozione (Goulding, 1979). E questo vale anche per quelle piacevoli: si può, ad esempio, avere paura della gioia come in una sorta di “tabù del piacere” (Gilbert, 2010). Le persone possono nutrire la credenza che “se sono felici oggi, accadrà qualcosa di brutto domani”. Stare in contatto con le proprie emozioni è fondamentale per superare difficoltà e promuovere integrazione di sé. Liberarci di ciò che temiamo non sempre è la scelta migliore. La soluzione, forse, sta proprio nel termine “contatto”, inteso nella sua doppia valenza: “stare con” e agire “con-tatto” verso se stessi, dandosi il tempo di sentire, sperimentare e cambiare.

BIBLIOGRAFIA
Gilbert P. (2010), “La terapia focalizzata sulla compassione. Caratteristiche distintive”, Milano, Franco Angeli (trad.it.2012).

Goulding R., Goulding M. (1979), “Il cambiamento di vita nella terapia ridecisionale”, Roma, Astrolabio, (trad. it. 1983).

Leahy R. L., Tirch D., Napolitano L.A. (2011), “La regolazione delle emozioni in psicoterapia. Guida pratica per il professionista” Firenze, Eclispi, (trad.it.2013).

Linehan M.M. (1993), “Trattamento cognitivo-comportamentale del disturbo borderline”, Raffaello Cortina, Milano, (trad.it. 2011).

Thomson, G., (1983), Fear, Anger and Sadness, T.A.J., Vol. 13, N°1.

Widdowson M. (2016), “Analisi Transazionale per i disturbi depressivi. Manuale per il trattamento”, Milano, Franco Angeli, (tra.it. 2018).

Wollams S., Brown, M. (1978), “Analisi Transazionale. Psicoterapia della persona e delle relazioni”, Cittadella, Assisi (trad. it. 1998).



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