I nostri punti ciechi: la finestra di Johari - Pietro Ielpo

I nostri punti ciechi: la finestra di Johari

Finestra di Johari

I nostri punti ciechi: la finestra di Johari

A volte, quando qualcosa non va per il verso giusto nelle relazioni, è facile sentire frasi del tipo:”gli uomini sono tutti uguali!”, “non ci si può fidare delle donne!”, “la gente è cattiva!” e via dicendo.  Spiegazioni che, individuando in una causa esterna il nocciolo del problema, rischiano di non cogliere la complessità delle dinamiche relazionali.
Complessità che, se non analizzata, può produrre un altro effetto: ritrovarsi ciclicamente in situazioni relazionali identiche, che si ripetono come libri già letti in cui c’è un inizio, il solito, ed una fine, sempre la stessa.

La finestra di Johari: aree di consapevolezza

“Johari” è la fusione contratta dei nomi degli autori del modello: Joe Luft e Harry Ingham. Nei loro studi sulle dinamiche di gruppo, misero a punto uno schema, detto appunto “finestra o schema di Johari”, per analizzare sia la comunicazione interpersonale che quella fra gruppi. Lo schema si presenta così:

Finestra di Johari

In cosa consiste? Quando ci troviamo alla presenza di altre persone, possiamo decidere di comunicare e condividere aspetti di noi di cui siamo consapevoli, quali: sentimenti, pensieri, pregi, difetti etc. (“noto a me”). In questo modo, ciò che so di me sarà anche “noto agli altri”. Si costituirà, così, un’ area di informazioni condivise (quadrante “Pubblico o arena”). E’ questa la dimensione della comunicazione aperta, trasparente che non nasconde “brutte sorprese” agli interlocutori. Altre volte, invece, per vari motivi, preferiamo nascondere agli altri (“non noto agli altri”) alcuni aspetti di noi di cui siamo consapevoli. Si avrà, allora, il quadrante “Privato o nascosto”. E’ l’area dei rapporti che scegliamo di vivere “prudentemente”. Tuttavia, non sempre siamo consapevoli di noi stessi…

La finestra di Johari: aree inconsapevoli

Cosa accade, invece, quando non sono consapevole di alcuni aspetti della mia personalità? Potrei agire, ad esempio, in modo aggressivo, lamentoso, seduttivo, egocentrico senza rendermene conto. Cosa, questa, di cui gli altri avrebbero, al contrario, una visione chiara. E’ questo il quadrante “Punto cieco” in cui non mi rendo conto dell’impatto sull’altro di alcuni miei comportamenti. Diversamente, cosa accade quando né io né gli altri abbiamo consapevolezza di emozioni, comportamenti, pensieri? Si genera un’area “Ignota” in cui è la comunicazione inconscia a guidare la relazione. E’ qui che nascono i Giochi Transazionali, schemi ripetitivi di scambi comunicativi fra persone che conducono sempre allo stesso esito, portando a chiederci:“Come mai mi capita sempre la stessa cosa?”.

Conclusioni

Da quanto detto, appare evidente come l’accesso alla consapevolezza di sé, ai propri “punti ciechi”, sia una tappa fondamentale per comprendere quanto avviene nelle relazioni. Serve a mettere a fuoco cosa facciamo o mostriamo all’altro che, senza rendercene conto, può sollecitare risposte che ci sorprendono nella loro ripetitività.  Allo stesso tempo, una vera comprensione da parte dell’altro e dell’altro, può realizzarsi solo a patto di non nascondere intenzionalmente informazioni importanti, aprendo in tal modo, la strada all’intimità. Infine, ed è il caso più complesso, si può agire spinti da motivazioni che sfuggono a entrambi i partecipanti della relazione. Interrogarsi, andando al di là delle semplici risposte, può ridarci il potere di capire e scegliere modi nuovi e più efficaci di agire.

BIBLIOGRAFIA

Allamandri D., et al. (2012), “Bisogni spezzati, bisogni ritrovati”, Alpes, Roma.
Luft J., (1968) “Introduction à la dynamique des groups”, Toulouse

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