Nessuno è perfetto, ma ho paura di sbagliare

paura di sbagliare

Nessuno è perfetto, ma ho paura di sbagliare

Durante le sedute di terapia capita che le persone manifestino il loro timore di sbagliare: “lo so che nessuno è perfetto, ma ho paura di sbagliare. Non ci posso fare niente!”. Eppure sembrerebbe una verità incontestabile quella dell’inevitabilità dell’errore. Scrive Popper a riguardo: “[…] Evitare errori è un ideale meschino. Se non osiamo affrontare problemi che sono così difficili da rendere l’errore quasi inevitabile, non vi sarà allora sviluppo della conoscenza. In effetti, è dalle nostre teorie più ardite, incluse quelle che sono erronee, che noi impariamo di più. Nessuno può evitare di fare errori; la cosa grande è imparare da essi.” (Popper, 1972, p. 242). L’errore, dunque, non solo è inevitabile, ma auspicabile per il progresso della conoscenza. I contributi provenienti dalle ricerca psicologica e dalle neuroscienze, forniscono un ulteriore sostegno all’idea dell’ineluttabilità dell’errore.

L’errore tra psicologia e neuroscienze

Fra i vari tipi di apprendimento analizzati dalla scienza del comportamento, quello studiato dallo psicologo Thorndike, definito “per prove ed errori” (trials and errors), è tra i più noti (Asch, 1955) ed è un ulteriore riprova di come l’errore sia funzionale all’apprendimento, pur non essendo l’unica strada. Anche le neuroscienze, suggeriscono che siamo “costituzionalmente” tendenti ad errore. E’ stato osservato come ci siano due percorsi distinti di elaborazione degli stimoli esterni: la via “bassa” o talamica, e la via “alta” o corticale (Cozzolino, 2006; Fantini, 2012). La via “bassa”, fornisce informazioni sommarie ed essenziali sullo stimolo in modo veloce e tempestivo, in modo da consentire all’organismo una risposta immediata, seppure poco differenziata. Comprende competenze innate che condividiamo con altri animali, giunte fino ad oggi in quanto utili alla sopravvivenza. Una sorta di “pilota automatico” che consente di reagire immediatamente ai pericoli, riconoscere situazioni familiari ecc. in una modalità di minimo sforzo. Al contrario, la via corticale fornisce una maggiore analisi dello stimolo, chiamando in causa il giudizio cosciente. Solo a tale livello è possibile riconoscere pienamente le proprietà dello stimolo e preparare una risposta volontaria congrua al contesto. Per esempio, potremmo allarmarci per essere di fronte ad un serpente e reagire con un’emozione di paura (via “bassa”), per poi accorgerci di trovarci di fronte ad un ramo scuro (via “alta”). Potremmo efficacemente sintetizzare le caratteristiche delle due vie, secondo la teorizzazione di Kahneman dei due sistemi mentali (Kahneman, 2011) che ritengo sovrapponibili alle caratteristiche delle due vie su citate:

Sistema 1 Sistema 2
Opera in fretta e automaticamente, con poco o nessuno sforzo e nessun senso di controllo volontario Indirizza le attività mentali impegnative che richiedono attenzione focalizzata.

Tali sistemi sono entrambi attivi quando siamo svegli e interagiscono fra loro. La divisione del lavoro tra i due sistemi è molto efficiente, ma non sempre fluido, dando così luogo a conflitti. Kahneman mostra, con una serie di esempi tratti dalla psicologia e dalla vita quotidiana, come gli errori ingenerati dall’interazione dei due siano molto frequenti.

Paura di sbagliare: ipotesi interpretative

Insomma, filosofia, psicologia sperimentale e neuroscienze confermano il motto “nessuno è perfetto”. Come mai, allora, continuiamo ad avere paura di sbagliare anziché accettarlo come una componente imprescindibile della natura umana? Come individui non siamo solamente suggestionabili ma anche autosuggestionabili, tendiamo cioè ad autoconvincerci di alcune idee irrazionali attraverso un continuo dialogo interiore talvolta conscio, il più delle volte inconsapevole. Idee che interiorizziamo da figure genitoriali, adulti significativi, gruppo dei pari o se vogliamo dalla società in generale attraverso mezzi di comunicazione, romanzi, film, canzoni ecc. (Ellis, 1962). A causa delle nostre immature capacità logiche di bambino, possiamo anche elaborarne alcune in modo autonomo, alle quali ci aggrappiamo in quanto rappresentano il modo migliore che abbiamo trovato per dare senso al mondo che ci circonda o preservarci dai pericoli, salvo poi portarcele dietro anche in età adulta quando non più funzionali (Stewart, I., Joines V., 1990). Alcune di queste idee legate alla paura di sbagliare possono essere:

1) Io devo assolutamente essere (e/o dimostrarmi) sempre perfettamente adeguato, competente e di successo in tutto quello che faccio e sotto ogni aspetto (o almeno in una cosa specifica) altrimenti sono indegno di valore, valgo poco o niente.
2) E’ sempre possibile trovare una soluzione perfetta (o avere una sicurezza assoluta ovvero un controllo completo) di fronte a qualsiasi problema umano, e quindi io la devo assolutamente raggiungere, altrimenti succederanno catastrofi ed orrori.

Noi crediamo in queste idee mentre sappiamo che “nessuno è perfetto”. Sapere e credere non sono evidentemente la stessa cosa (Ellis, 1990). Nel credere a queste idee, che ripetiamo costantemente a noi stessi e che vengono rinforzate dalla società, temiamo l’errore in quanto abbiamo la tendenza a catastrofizzarne le conseguenze, a dirci che sarebbe terribile e insopportabile il risultato dell’errore e che non dobbiamo sbagliare. Ci sono poi messaggi così potenti da essere seguiti quasi in modo coatto e automatizzato e per questo chiamati “Spinte” (drivers) (Stewart, I., Joines V.,1990; Wollams S., Brown, M.,1978). Tra queste la spinta “Sii perfetto”, si associa spesso al timore di sbagliare. E’ facile constatare come anch’essa abbia un carattere di irrazionalità, non essendo la perfezione caratteristica dell’essere umano. Ci appoggiano ai messaggi spinta nel tentativo di evitare sentimenti spiacevoli e mantenere un’immagine positiva di noi. Sono frasi condizionate del tipo: ” Io vado bene come essere umano, se…”, sono perfetto, compiaccio gli altri ecc.
Non basta, tuttavia, la semplice consapevolezza del nostro dialogo interno. La comprensione da sola non è sufficiente; il fatto di sapere come funziona un’automobile non farà di noi necessariamente un buon guidatore. Essa è solo un ingrediente della complessa ricetta del cambiamento che, se non sempre, in buona parte dei casi è possibile.

BIBLIOGRAFIA

Asch, S. (1955), Psicologia sociale, Torino, SEI, (trad.it. 1968)

Cozolino, L. (2006), Il cervello sociale. Neuroscienze delle relazioni umane, Milano, Raffaello
Cortina Editore, (trad.it. 2008)

Ellis, A. (1962), Ragione ed emozione in psicoterapia. Roma, Astrolabio, (trad.it. 1989)

Ellis, A. (1990), Autoterapia razionale emotiva. Trento, Edizioni Erickson, (trad.it.1993)

Fantini M. (2012), Analisi transazionale e neuroscienze. Un binomio da riscoprire, Torino, ANANKE.

Kahneman, D. (2011), Pensieri lenti e veloci, Milano, Mondadori, (trad.it. 2013)

Popper K.T., (1972), Conoscenza oggettiva. Un punto di vista evoluzionistico,Roma, Armando
Editore, (trad.it. 2002)

Stewart, I., Joines V. (1990), L’Analisi Transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani.
Milano, RCS libri, (trad. it. 2007)

Wollams S., Brown, M. (1978), Analisi Transazionale. Psicoterapia della persona e delle relazioni,
Cittadella, Assisi (trad. it. 1998)



Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *